Sacerdote ucciso in Centrafrica, per Padre Gazzera “tentativo di boicottare dialogo e pace”

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«E’ un momento molto triste, questo: certo il Signore sa fare, lui sa, ma resta il fatto che questo sacerdote tanto impegnato sul fronte del dialogo in Centrafrica, è stato ammazzato mentre faceva un grande lavoro.

E a me pare un chiaro tentativo di bloccare il processo di dialogo per la pace che sempre più faticosamente viene portato avanti».

E’ molto affranto padre Aurelio Gazzera, vescovo di Bangassou in Repubblica Centrafricana, quando lo chiamiamo al telefono stamani, dopo la notizia della morte del giovane Crepin Martial Monga-Hadassi, vicario della parrocchia di Zemio. 

Il sacerdote centrafricano, nato nel 1990 proprio a Bangassou, e ordinato prete nel 2021 a Pande, è la vittima di un omicidio efferato, che lascia sgomenta l’intera comunità, non solo quella cattolica.

Il vescovo Gazzera è preoccupato: «ha lavorato molto, molto, molto per la pace e la riconciliazione nella regione», dice –

Anche con i rifugiati ha fatto un grande lavoro».

E se il risultato di un grande lavoro è la morte, il segnale è chiaro: «il processo di pace è a rischio e in questo momento non progredisce, è in stallo», dice Gazzera.

La città di Zemio, ad est del Paese, dove padre Crepin è stato ucciso, è una di quelle più in bilico, sempre sul punto d’essere conquistata dal gruppo ribelle “Azande Ani Kpi Gbe” (AAKG), che ha da tempo lanciato la sua sfida e mira a posporre le elezioni.

I gruppi ribelli locali, mai integrati, la presenza dei mercenari russi, l’esercito che tenta di arginare le milizie, anche aiutato dai Caschi Blu, determinano una tensione sempre costante.

«In questo momento il nostro obiettivo è riportare il corpo del sacerdote qui, a Bangassou per il funerale, ma non sarà facile», racconta il vescovo.

Ogni passaggio è interrotto, le strade sono frammentate: «è una emergenza cronica da oltre un anno – dice – la zona è ad alta tensione. Io cercherò di andare giovedì con un volo, vediamo se riesco».

Oggi i soldati prezzolati si chiamano Africa Corps, e sono una organizzazione-ombrello guidata dal ministero della Difesa russo.

I paramilitari rappresentano un nervo scoperto per la popolazione civile africana.

Prezzolati per dar man forte all’esercito regolare di Bangui incapace di tenere sotto controllo i molti gruppi armati, questi soldati senza regole sono anche un pericolo per il popolo del Centrafrica.

Soprattutto delle donne, che subiscono violenze, abusi sessuali e oltraggi di ogni sorta.

Nel nord-ovest del Paese i mercenari russi sono accusati dalle donne stesse di inaudite violenze.

Un report delle Nazioni Unite del 2025 parlava di attacchi brutali che puntano ai musulmani, soprattutto tra i rifugiati, ad opera delle diverse milizie armate.

Nella primavera del 2018 il tentativo di disarmare il gruppo dei Seleka di matrice islamica (ma in precedenza anche gli anti-balaka, che si dicono cristiani), ha scatenato l’ennesima rappresaglia contro le chiese cristiane e i nostri missionari che, nonostante tutto, rimangono nella zona di enclave come testimoni di un conflitto sanguinario.