Il papa si è espresso molto chiaramente ieri al riguardo: la “remigrazione”«non mi sembra una risposta cristiana», ha detto ai giornalisti, uscendo da Castel Gandolfo.
«Semplicemente dire questo” migrante “lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema, non mi sembra diciamo una risposta cristiana”», argomenta Leone.
E in effetti, remigrare è una parola che non esiste; è una categoria di finzione che attiene alla peggior propaganda politica dei respingimenti.
Lo spiega molto bene a Popoli e Missione padre Filippo Ivardi, missionario comboniano che con gli immigrati africani, a Castel Volturno, trascorre la sua vita.
Per Ivardi anche solo immaginare di respingere degli esseri umani motivati dal bisogno, facendoli rientrare in Paesi terzi o di origine, «è una follia propagandistica».

Sarebbe un «impoverimento umano, spirituale ma anche sociale ed economico, poichè producono più ricchezza dei costi che li riguardano», dice.
«Il mondo è plurale ed è un bene che lo sia, per tutti – dice Ivardi – Gli italiani sempre più vecchi andrebbero in fonderia, nei campi oppure a fare i riders?», si chiede.
Inoltre, argomenta il missionario, «si perde un’occasione per costruire delle società senza barriere, che si confrontano e si contagiano con la convivialità delle differenze.
Ed è soprattutto perdita dell’occasione di sentirsi in Italia, in Europa e nel mondo cittadini planetari».
E’ «dimenticare che emigranti siamo stati noi, i nostri nonni e bisnonni con grandi fatiche e sacrifici in altre terre.
Bisognerebbe poter dire con franchezza ai migranti: «se voi dovete andarvene da questo nostro e vostro paese ci vergogniamo di essere italiani e ce ne andiamo anche noi».
L’Unione Europea, con il nuovo Patto Migrazione Asilo appena varato, non aiuta: si sposa perfettamente con l’idea che sia lecito far “remigrare”, ossia respingere.
«Chi arriva alle nostre frontiere – spiega a noi l’esperto di migrazioni per Caritas Italiana Oliviero Forti – anche se dovesse metter piede in territorio italiano, è in una situazione di “sospensione”: non sta né in Italia né in Europa.
Tecnicamente questo obbrobrio si chiama “finzione di non ingresso”.
Solamente quando verrà definito il suo status si capirà dove esattamente andrà».
Se però la decisione rispetto alla domanda di asilo «fosse negativa», si avvierebbe direttamente il rimpatrio.
Un viaggio durato anni, giunto alla sua conclusione, che si scioglie come neve al sole.
«Sei ad esempio un rifugiato etiopico passato per il Sudan?
Non ti rimando in Etiopia ma posso rimandarti in Sudan! E la destinazione finale dipende da quanto i Paesi terzi collaborino.
Ci sarà una contrattazione negoziale costante con questi Paesi: il Patto è più un messaggio politico che uno strumento operativo reale», dice Forti.

