L'Oms conferma 900 casi sospetti e 200 morti per il virus della febbre emorragica dal ceppo più resistente e senza vaccino

RDC: la ricomparsa della Monusco e dei Caschi Blu in Ituri per Ebola (ma nessuna protezione dalle milizie)

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Si torna a parlare di Monusco e di Caschi blu bengalesi nell’est del Congo.

Non in relazione alla guerra delle milizie armate però (le quali occupano buona parte del Nord e Sud Kivu), bensì per l’allarme Ebola nell’Ituri.

«Les soldats de la paix», ossia i Caschi Blu, scrive il sito di Radio Okapi, in queste ore «hanno percorso in lungo e in largo le principali vie di Rhoo per mettere in atto misure di prevenzione dal virus Ebola».

In realtà anche nel Nord Kivu negli ultimi giorni, e più precisamente a Goma (il capoluogo occupato dall’M23) il ministero della salute congolese e Medici senza frontiere segnalano casi sospetti del virus, due dei quali proprio presso l’ospedale di Kyeshero, sostenuto da MSF.

Ma il grosso è lì, tra Rhoo e Seseti, nel territorio di Djugu nell’Ituri, dove il virus letale di febbre emorragica imperversa da fine aprile.

Da metà maggio è stato ufficializzato e al momento ha già “passato” il confine, infettando diverse persone nella vicina Uganda.

“Posso dire con certezza, poiché sono in contatto con amici a Bunia dove si è sviluppato il primo focolaio, che il dipartimento della Salute del Congo è molto ben organizzato e in grado di affrontare queste emergenze virali facendo scattare i protocolli di sicurezza e l’isolamento dei casi sospetti”, ci spiega Micheline Mwendike Kamate, attivista cofondatrice di Lucha, originaria di Goma, oggi in Italia.

“Più che la Monusco – spiega – contingente sparito dalla circolazione e che non protegge le comunità vulnerabili neanche dalle milizie, ma compare solo come scorta privata, ad essere efficaci e tempestivi sono i medici e tutto il servizio sanitario congolese.

Conoscono molto bene il territorio e il protocollo ed hanno affrontato ben 17 ondate di Ebola nel corso degli anni”.

Il virus si è sviluppato dapprima nella provincia nord-orientale della RDC tra Rwampara e Mongwalu, parte del bacino minerario aurifero al confine con l’Uganda.

Non lontano dalla zona target sorge anche un aeroporto internazionale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto sapere ieri che i casi sospetti di Bundibugyo (il particolare ceppo segnalato la prima volta nel 2007 in Uganda), sono oltre 900 in tutta la Repubblica Democratica del Congo.

Mentre 220 sono i decessi da attribuire con ogni probabilità al virus, ma non ancora confermati.

Da allarme contenuto, lanciato ufficialmente dall’OMS lo scorso 15 maggio, ora il focolaio di Ebola più resistente e senza vaccino, è diventato un’emergenza internazionale.

«Attualmente non esiste un vaccino approvato specificamente contro il virus Ebola Bundibugyo – conferma anche Medici senza frontiere – Il vaccino Ervebo (rVSV-ZEBOV) è uno dei due approvati contro Ebola Zaire».

La presenza dei Caschi Blu (i quali durante la guerra in corso col Ruanda avevano sospeso la loro missione) servirebbe, secondo le Agenzie Onu, a proteggere le migliaia di persone sfollate che vivono nei campi dell’Ituri in situazioni di «grande promiscuità» e senza mezzi per affrontare la 17esima ondata epidemica del virus di febbre emorragica.

“L’uso delle mascherine in questi casi è chiaramente obbligatorio ma ogni mascherina costa: le famiglie devono scegliere se mangiare o proteggersi, è semmai questo il grande problema non solo nei villaggi ma anche città”, dice ancora Micheline di Lucha.

Come scrive Medici senza Frontiere «i farmaci e i vaccini ad oggi disponibili contro Ebola sono stati approvati per il virus Zaire, quello più comune, ma non ne conosciamo l’efficacia contro Bundibugyo.

Per questo virus ad oggi non esistono terapie né trattamenti specifici approvati».