Il prossimo 22 settembre marcia di preghiera a Roma

Preti contro il genocidio: “parole più profetiche su Gaza, il silenzio prudente non protegge”

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Il principio di sinodalità della Chiesa cattolica (ascolto reciproco e cammino comune) viene applicato anche in relazione al tema del genocidio di Gaza: non tutti i rappresentanti ecclesiastici si espongono  e tuttavia i vertici rispettano le azioni intraprese dalla rete “Preti contro il genocidio”.

A dirlo, spiegando quanto il dramma dei palestinesi sia una questione di «diritti umani violati» e non di carità cristiana o di religione («non siamo qui per dare voce ad una religione piuttosto che a un’altra») sono i rappresentanti della rete “Preti contro il genocidio”, intervenuti ieri in conferenza stampa.

«Abbiamo voluto vivere questa esperienza come realtà sinodale – ha spiegato don Rito Maresca – si possono avere idee differenti e tuttavia camminare sulla stessa strada.

Siamo entrati in contatto naturalmente anche con il presidente della Cei, Matteo Zuppi, sebbene non ci sia nessun appoggio esplicito da parte sua, durante quest’ultimo anno è cresciuta l‘interlocuzione con lui».

Il cardinale «è quello che appare: un uomo del dialogo».

In una nota i “Preti contro il genocidio” lo scrivono in modo molto chiaro: «ai nostri pastori e alle nostre Conferenze episcopali chiediamo: una parola più netta, più profetica, più concreta.

Il silenzio prudente non protegge nessuno, se non chi sta commettendo le atrocità».

Dal basso qualcosa cambia: stanno crescendo «l’attenzione e la sensibilità» nelle diocesi.

I crimini perpetrati da Israele contro i palestinesi sono sempre più riconosciuti e “visti” dalla comunità dei fedeli, spiega anche il saveriano Pietro Rossini.

«In Italia c’è stato un cambio di percezione e una maggiore accettazione non da parte del nostro governo ma delle nostre comunità cristiane, mentre permane una difficoltà più grande in Francia, per esempio, dove il tema del genocidio è molto caldo e polarizzato», ha spiegato Rossini.

Della rete fanno parte tra gli altri, don Nandino Capovilla e monsignor Giovanni Ricchiuti di Pax Christi.

Le loro azioni servono a tenere alta l’attenzione, a sensibilizzare, a lottare (anche) assieme a laici ed organizzazione esterne alla Chiesa, affinchè il dramma della Palestina non si eclissi.

«Non facciamo politica partitica – ha precisato Maresca – ma appoggiamo l’azione politica e le marce e le proteste», che si scagliano contro il genocidio.

«Ci rivolgiamo alle istituzioni civili e a quelle religiose – scrivono i Preti – Ai governi: sospendete la vendita di armi, applicate il diritto internazionale, smettete di trattare le risoluzioni ONU come pareri facoltativi».

Durante questo anno di vita e di azione della Rete, a Gaza il genocidio non si è fermato: «c’è stato l’annuncio di un cessate il fuoco, ci sono stati i comunicati, le fotografie degli incontri ufficiali – dicono i preti –  Ma le bombe non si sono fermate, la fame non si è fermata, i bambini sono continuati ad essere vittime dell’odio e della violenza».

Israele non si ferma e il mondo tace.

«Una tregua che non mette fine alle uccisioni non è una tregua: è una parola usata per far girare lo sguardo dell’opinione pubblica da un’altra parte», dicono con molta chiarezza gli aderenti alla Rete.

Per il prossimo 22 settembre (giorno della nascita della Rete un anno fa), i preti organizzano a Roma un’importante iniziativa:

«la giornata si apre con una mattinata di riflessione tra i sacerdoti aderenti, per poi procedere con una marcia di preghiera verso Via della Conciliazione ed altri luoghi significativi di Roma e chiedere la pace, la fine di ogni genocidio e il disarmo».

Gli aderenti a Preti contro il genocidio sono  in totale 2.500 fra sacerdoti, vescovi e cardinali, in 67 Paesi e in cinque continenti.