Continua a salire la tensione fra i due Paesi, mentre grossi contingenti di truppe si muovono lungo la linea di confine, specie intorno alla regione a vocazione autonomista del Tigray.
Da alcuni mesi a questa parte la tensione fra Etiopia ed Eritrea ha raggiunto di nuovo il limite di guardia, e a farne le spese sono anche le tante congregazioni di religiose e religiosi presenti nell’area, già di per sé costrette al silenzio ed al nascondimento.
«Purtroppo non rilasciamo commenti per tutelare i missionari presenti sul campo».
E’ una litania di garbati, ma fermi, rifiuti quelli che ottiene chi voglia ascoltare una voce in diretta dal Corno d’Africa per capire cosa stia succedendo al confine tra i due Paesi del Corno d’Africa.
Nonostante in Etiopia sia presente una delle più antiche comunità cristiane (ad Axum, il re Ezana si convertì al cristianesimo nel 330 d.C. rendendolo religione di Stato), attacchi alle chiese, rapimenti e violenze sono quasi all’ordine del giorno.
La Chiesa ortodossa etiope, ad ottobre dello scorso anno ha denunciato una serie di attacchi contro i suoi fedeli nella regione dell’Oromia, violenze culminate con l’uccisione di 25 cristiani nella diocesi di East Arsi.
Qui operano gruppi nazionalisti Oromo, etnia con una connotazione islamista radicale, cellule che colpiscono e si disperdono nella giungla.
Anche la Conferenza episcopale cattolica ha denunciato l’acuirsi delle violenze e chiesto al primo ministro Abiy Ahmed di adottare concrete misure per proteggere la popolazione.
Analoga se non peggiore la vita di chi voglia seguire Gesù in Eritrea.
La World Watch List, il report dell’associazione “Porte Aperte” che monitora la persecuzione dei cristiani nel mondo, la pone, quest’anno, al quinto posto fra i Paesi più pericolosi.
«Il governo riconosce solo quattro gruppi religiosi, escludendo la maggior parte dei gruppi evangelici e pentecostali, che sono considerati illegali.
I cristiani che praticano il culto al di fuori delle chiese autorizzate dallo Stato – si legge nel rapporto – vanno incontro ad intensa sorveglianza, violente incursioni della polizia e detenzione a tempo indeterminato, spesso in condizioni brutali e scioccanti.
I convertiti dall’Islam o dalla Chiesa ortodossa eritrea rischiano anche il rifiuto da parte delle famiglie e l’esclusione sociale, oltre alla persecuzione da parte dello Stato».
Arduo, in queste condizioni, ricostruire cosa stia accadendo lungo i mille chilometri di confine che separano i due più importanti Paesi del Corno d’Africa.
Le scarne informazioni che filtrano raccontano di venti di guerra sempre più forti e di ingenti truppe che si muovono lungo la linea di demarcazione, specie intorno alla regione autonomista del Tigray.
Qui, un rovesciamento delle alleanze che avrebbe dell’incredibile, e vedrebbe l’Eritrea pronta ad affiancarsi al governo regionale del Tigray contro il governo federale di Addis Abeba.
La prima, infatti, non ha ancora digerito l’esclusione dagli accordi di Pretoria che nel 2022 hanno chiuso frettolosamente la Guerra del Tigray (nonostante l’aiuto determinante offerto ad Addis Abeba), e di essere rimasta sostanzialmente a mani vuote.
Il governo del Tigray, invece, non ha ancora ricevuto quell’autonomia prevista dagli stessi accordi di Pretoria.
Se da un lato sembra impossibile che la popolazione tigrina ed i suoi leader possano dimenticare gli eccidi, le violenze e tutte le altre atrocità commesse ai suoi danni dalle truppe eritree, dall’altra rimane la povertà, la sottomissione al governo di Addis Abeba, e quel desiderio di libertà che i suoi leader non sanno come realizzare, divisi come sono tra chi sogna l’indipendenza del Tigray e chi, in maniera più pragmatica, è disponibile a negoziati con l’Etiopia.
Un nodo, più degli altri deve però ancora venire al pettine nelle relazioni fra Eritrea ed Etiopia, che, nonostante l’estemporanea alleanza stretta durante la Guerra del Tigray del 2018-2020, sono critiche dal 1961, da quando i nazionalisti eritrei presero le armi per l’indipendenza dall’Etiopia, e il nodo si chiama Golfo di Aden.
Con una popolazione di 130 milioni di abitanti, un tasso di crescita economica da 20 anni attestato intorno al 9%, lo sbocco al mare sembra diventato un imperativo categorico per il ministro Abiy Ahmed.
Ma né Eritrea né Somalia sono disposte ad aprire le porte del Mar Rosso ad un nuovo inquilino, vista la sua importanza strategica, ma è tutta l’area del Corno d’Africa ad avere enorme valore militare, economico e politico, ed è impossibile prevedere le mosse dei tanti soggetti che al momento, e a vario titolo, stanno alla finestra – Egitto, Sudan, Arabia Saudita, Emirati Arabi -, né quelle che potrebbero essere le ricadute di un ennesimo, tragico, conflitto.

