Missione è mettersi a servizio degli altri

La testimonianza di don Sergio Gamberoni di Bergamo, rientrato dalla Bolivia

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Sono contento di aver passato 12 anni della mia vita sacerdotale in Bolivia a Cochabamba, 6 dei quali come parroco in una parrocchia alla periferia della città, e 6 nel seminario nazionale con i giovani boliviani in ricerca vocazionale, alcuni avviati al sacerdozio. È stata davvero una bella esperienza di comunità, di incontro con un’altra cultura, di formazione con i giovani. Ora sono rientrato nella diocesi di Bergamo che proprio quest’anno celebra 60 anni di impegno missionario in Bolivia, ricordando anche le cooperazioni in Costa d’Avorio e a Cuba. Il tema del rientro è un tema molto delicato per il fidei donum, rientrare nella propria terra con quella carica emotiva che ti riporti dalla missione è una bella sfida, apre nuovi orizzonti, significa ricollocarci a servizio della della propria diocesi portando attenzioni particolari, che per me dopo 12 anni in Bolivia vuol dire attenzione alla pluralità delle culture e delle idee, la semplicità pastorale, la volontà precisa di non fare da soli ma di collaborare. Lavorare alla periferia di Cochabamba o in seminario è stato per me mettermi a servizio degli altri, ascoltare molto, valutare idee e proposte, far emergere le proposte degli altri (catechisti, leader di comunità, giovani) piuttosto che le mie.

Rientrare vuol dire mettere a frutto questo nella realtà di Bergamo. Per me il rientro non è stato faticoso, anche se per tutti i fidei donum è una tappa delicata: sia per te che rientri ma anche per chi ti deve riaccogliere, perché la missione ti cambia, ti da letture diverse, che chi non ha fatto questo tipo di esperienza a volte fa fatica a capire, è evidente. Grazie al vescovo Francesco e all’equipe della curia, ho trovato uno spazio pastorale molto bello, ed è la pastorale della mobilità: poco ufficio, molte relazioni. Assieme a me lavorano sacerdoti che arrivano da tutto il mondo per seguire le comunità immigrate nel territorio bergamasco, si parlano 5 lingue, siamo in stretto contatto con la pastorale del dialogo interreligioso e le comunità parrocchiali dove queste comunità etniche si riferiscono. E’ un ambito molto bello, dove è importante fare squadra assieme, dove il “fare” bergamasco deve lasciare il passo all’iniziativa degli altri, se vuoi fare strada. Ma questo, come ho detto sopra, l’avevo già sperimentato a Cochabamba.

Cosa vuol dire per me oggi la dimensione missionaria della chiesa? Vedo un filo che lega l’assemblea dei vescovi latinoamericani di Aparecida con l’Evangelii Gaudium, ed è la spinta della chiesa ad uscire, a tornare all’essenziale, annunciando il vangelo e la bellezza della fede, vivendo la gioia e la serenità che ci da seguire Gesù Cristo, riscoprendo la dimensione della preghiera, manifestando che “c’è più gioia nel dare che nel ricevere”. Vedo che i che i giovani, non solo quelli di Cochabamba, ma anche quelli di Bergamo, sono attratti da questo.