Lisa Ciuffi, la missione in Perù che allarga lo sguardo e vede povertà ingiuste

Facebooktwitterlinkedinmail

L’inquietudine nasce spesso da uno sguardo che si posa dove non può più tornare indietro.

Per Lisa Ciuffi, laica della diocesi di Tivoli, tutto è cominciato così, durante gli ultimi anni del liceo, quando si avvicina all’Operazione Mato Grosso.

Le immagini della povertà dell’America Latina la colpiscono nel profondo: non solo la commuovono, ma le suscitano un senso di ingiustizia.

«Volevo fare qualcosa – racconta – rispondere in modo concreto a quell’inquietudine che sen vo dentro».

Quel desiderio prende forma qualche anno più tardi, nel 2006, durante il quarto anno di università iscritta alla facoltà di architettura.

È la sua prima vera esperienza di missione.

Lisa parte da adulta, e si ritrova in una zona rurale del Perù, a disposizione per un asilo nido.

L’impatto è forte, diretto, senza filtri: bambini scalzi, vestiti logori, infestati dai pidocchi.

Una povertà concreta, cruda, che non ha nulla di poetico.

«Essere poveri non è bello – dice senza retorica – è scomodo, è duro, e nessuno desidera rimanere povero».

Ogni mattina Lisa si sedeva accanto ai bambini per togliere piano piano i pidocchi, gesto semplice che diventava occasione di condivisione.

Poco alla volta imparava un ritmo diverso di vita: il freddo senza riscaldamento, il cibo essenziale, l’assenza di oggetti superflui.

Non era un’esperienza da raccontare facilmente, ma qualcosa da vivere fino in fondo, con le persone, più che per le persone. La missione come vocazione condivisa.

Da lì nasce una scelta più radicale: impostare una parte significa va della propria vita come missionaria laica, mettendo a disposizione i suoi studi di architettura, collaborando con l’Operazione Mato Grosso e con Artesanos Don Bosco, progettando arte sacra per dare lavoro ai giovani della Sierra.

La missione non è più solo un’esperienza temporanea, ma un orizzonte di vita. In Perù incontra anche l’amore e costruisce una famiglia.

Suo marito è peruviano, e per entrambi la vita in missione appare una scelta naturale.

Ma la realtà, a volte, chiede di fermarsi.

Il desiderio di avere una figlia si accompagna a una gravidanza a rischio, a problemi di salute che rendono necessario rientrare in Italia.

Il sistema sanitario peruviano è fragile e molto costoso, con lucidità e fatica, la decisione diventa inevitabile.

Il rientro non è semplice. Dopo anni immersi in un’altra cultura, tornare in Italia significa fare i con con una vita che appare straniante: lavoro, scadenze, tasse, burocrazia.

Serve aiuto, serve una rete.

Lisa riconosce con gratitudine il sostegno di familiari e amici, presenza fondamentale nei momento più delicato, soprattutto dopo la nascita della figlia, che a sua volta affronta alcuni problemi di salute.

Eppure, dentro rimane vivo il desiderio di tornare. Quando le condizioni migliorano e la bambina cresce, la famiglia decide di ripartire.

Tornano in Perù con l’intenzione di restare, di costruire legami profondi, una casa, una vita condivisa.

La missione, per Lisa, allarga lo sguardo: fa scoprire altri modi di vivere, una relazione diversa con il tempo, un’accettazione più serena di ciò che la vita porta.

Ritmi più lenti, più naturali, una cultura capace di accogliere l’imprevisto.  

La vita comunitaria, con le sue fatiche e le sue decisioni condivise, diventa una scuola preziosa.

Vivere con meno, scegliere la semplicità, apre spazi di libertà anche all’interno della famiglia. «In Italia ci mancava questa pienezza – confida – una vita non chiusa solo sulla famiglia e sulle scadenze, ma aperta agli altri».

Lisa riconosce che anche in Italia si può vivere una vita “di missione”, ma non nasconde quanto sia più difficile farlo da soli, in un contesto che spesso non sostiene scelte di condivisione.

Per questo sente di incoraggiare chiunque a fare almeno un’esperienza di missione: anche solo uno o due anni possono aprire orizzonti inattesi.

Le paure – l’instabilità economica, il futuro incerto – sono reali, ma non così decisive come sembrano.

Il Perù, poi, le ha insegnato che accanto alla povertà esiste una straordinaria ricchezza culturale e umana, troppo spesso ignorata.

E la vita, con i suoi imprevisti, continua a insegnare l’affidamento: oggi, con la nascita del secondo figlio, Luca, che affronta seri problemi di salute, e da quando è nato non è ancora ad oggi uscito dall’ospedale, Lisa sente ancora più forte la consapevolezza che non tutto è nelle mani dell’uomo.

«È il Signore che dà il ritmo», dice con fiducia. Nel cuore resta il desiderio di tornare un giorno in Perù, quando sarà possibile.

Con la serenità di chi ha imparato che la missione non è solo un luogo, ma uno sguardo sulla vita, da vivere ovunque, passo dopo passo