Intervista a monsignor Marco Prastaro, presidente della Fondazione Missio

“La missione mi ha insegnato (anche) a vedere Dio da un altro punto di vista”

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L’esperienza missionaria – per monsignor Marco Prastaro, vescovo di Asti e nuovo presidente della Fondazione Missio e della Commissione episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese – è significativa e indelebile.

È sempre rigenerante. È una sorta di bagaglio di fede, di “cassetta degli attrezzi” a cui attingere ogni giorno, come vescovo e come uomo.

Quando aveva 36 anni, da sacerdote fidei donum della diocesi di Torino è partito per il Kenya, dove ha operato per 13 anni tra i Samburu, popolazione «accogliente, immersa in un ambiente in cui convivono la bellezza straordinaria della natura con il dolore più profondo e la costante fatica del vivere» per l’estrema povertà della gente, la violenza diffusa, le malattie che non lasciano scampo.

«All’inizio pregavo e litigavo con Dio ogni giorno – ricorda monsignor Prastaro – per il dolore e le ingiustizie che questo popolo subiva».

Ma, più il tempo passava, più imparava a fare tesoro di ciò che l’esperienza missionaria insegna.

Per esempio: che il Vangelo ha in sé la forza per cambiare il mondo; che la missione aiuta a capire chi è veramente Dio; che è possibile vivere anche al buio del dolore e delle ingiustizie, ma solo avendo scoperto che quel buio è abitato da Dio;

che in terra di missione il cristianesimo è una proposta religiosa in mezzo a tante altre, ed essere minoranza richiede la coerenza con ciò che si annuncia.

Tutti concetti espressi anche nel suo libro “Dove Dio ha nome di donna.

La missione tra i Samburu del Kenya” (EMI Editrice).

Monsignor Prastaro, questo è parte di ciò che la missione ha insegnato a Lei. Cosa può insegnare la missione alla Chiesa italiana, quale “cassetta degli attrezzi” può fornirle?

«La prima cosa che la missione può insegnare è la serietà della fede: noi viviamo in un contesto in cui siamo diventati cristiani perché tutti lo erano, mentre la missione ci parla di luoghi in cui essere cristiani è una scelta da rinnovare ogni giorno, a volte anche a costo di mettere a rischio la propria vita, cioè in una situazione minoritaria.

Quindi la missione, prima di tutto, ci dice che la fede non è un accessorio nella vita, ma è un aspetto importante, determinante.

Poi la missione ci insegna un’altra cosa: che la fede deve andare ad illuminare, a plasmare la presenza cristiana nella società.

In altre parole, i cristiani sono invitati a testimoniare tutto il Vangelo, non solo quella parte che ci risulta più semplice. Anche aspetti scomodi, per i quali serve coraggio.

Un terzo aspetto che può insegnarci la missione è imparare a valutare le situazioni, i problemi, le persone, da più punti di vista e non solo dal proprio, anche culturalmente e religiosamente.

A me piace dire che la missione mi ha insegnato a vedere Dio da un altro punto di vista.

E in una società che cerca di uniformare, questo diventa importante perché salva l’unicità, la specificità e la dignità di ogni singola persona».

Cos’altro può insegnare l’esperienza missionaria alla Chiesa italiana?

«Sicuramente che non è pensabile oggi vivere la fede senza nutrirla continuamente anche con una frequentazione continua e assidua della Parola di Dio.

E ancora: che i poveri sono parte della comunità cristiana e una comunità cristiana non è vera se al suo interno non ci sono anche i poveri.

L’esperienza che ho fatto in missione non era quella di una Chiesa che aveva scelto l’opzione degli ultimi; era quella di una Chiesa che era fatta dagli ultimi.

Che è molto diverso.

E gli ultimi, oggi, qui tra noi, sono anche le persone con problemi di relazione con gli altri, con vicende familiari pesanti, situazioni economiche difficili.

Sono gli emarginati, i migranti, i giovani che non sono considerati, gli anziani abbandonati, le famiglie lasciate a se stesse».

(Questa intervista è stata pubblicata nella sua versione integrale sul numero di settembre-ottobre di Popoli e Missione. Per richiedere il giornale scrivere a: popoliemissione@missioitalia.it)