Isabella, dall’Eritrea alla Tanzania a Faenza: la missione e i suoi giri immensi

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«Vengo da Marradi, paese molto piccolo in provincia di Firenze: è da qui che nasce la mia vocazione missionaria. Quando ero bambina la nostra vicina di casa, Rita, che per 40 anni aveva vissuto col popolo dei pigmei in Camerun, ci raccontò che il maestro del villaggio era improvvisamente morto.

E allora pensai: “ci vado io!”».

Isabella Matulli, classe 1972, laica consacrata dell’Associazione missionaria Internazionale (AMI), laureata in filosofia e teologia, racconta gli esordi di una vita tutta orientata alla missione tra Africa e Italia.

La incontriamo ad Assisi, tra i partecipanti alle Giornate di spiritualità della fondazione Missio e ci apre un mondo. Dopo un’esperienza di alcuni anni in Eritrea Isabella e le sue “consorelle” approdano in Tanzania.

Tutto resta però sempre aperto all’imprevisto.

«In Eritrea non avevo il permesso di soggiorno, ero come i migranti qui da noi», spiega.

«Tra 1994 e 1998 andavo solo d’estate, poi dal 2003 ho iniziato ad entrare con un visto business per otto mesi l’anno, altrimenti non sarei potuta rimanere nel Paese».

La missionaria riflette sul senso dell’apertura al nuovo: «mi sembra che Gesù ami le situazioni di limite, di confusione: la Galilea, terra di frontiera.

Questo significa che periodicamente va fatto un ricalcolo della propria vita!».

Anche in quel momento.

«Il vescovo di Asmara all’epoca ci aveva chiamate per aprire un ospedale: noi eravamo dirette nelle Filippine ma abbiamo cambiato programma».

Questo è lo stile di AMI: andare dove serve, stare con ciò che c’è, in accordo con la diocesi e con la Chiesa locale.

Nel 2008 il governo eritreo sempre più repressivo, espelle anche questa Associazione dal Paese e le missionarie pensano a un’alternativa.

«Si è aperta per noi la porta della Tanzania mentre eravamo già orientate alla Romania! Di nuovo in Africa, ci sono rimasta tre anni a partire dal 2011.

Ho iniziato prendendo un appartamento in affitto con alcune studentesse locali a Muanza».

Il progetto prevedeva una borsa di studio universitaria in ambito sanitario offerta ad una decina di ragazze, «a condizione che una volta laureate accettassero di lavorare con noi, per tre anni, stipendiate, ma in un contesto di estremo bisogno».

Si trattava di luoghi difficili della periferia tanzaniana, dove neanche i medici arrivano: ambulatori, ospedali dei villaggi più poveri, lebbrosari.

«Praticamente tutte, oltre 50, si sono laureate e hanno iniziato il lavoro con noi», dice soddisfatta Isabella. «La prima a specializzarsi in medicina ha sostituito una delle nostre missionarie oramai anziana!».

Da alcuni anni l’Associazione grazie ai donatori fornisce borse di studio anche alle liceali. In Tanzania solo il 60% dei giovani è scolarizzato e solo il 3% va all’università: di questo 3% solo l’1% è donna.

Le missionarie seguono anche gli ammalati di Aids: 1500 persone che altrimenti non riceverebbero cure.

«Le professioniste della sanità in quel contesto sono le nostre laureate», dice con orgoglio Isabella.

Una volta rientrata in Italia Isabella inizia a dirigere il Centro missionario diocesano di Faenza e fa la volontaria nelle carceri di Bologna.

«Abbiamo ascoltato Papa Francesco quando diceva che le canoniche vuote devono aprirsi ai migranti.

Avevamo una grande casa a 15 km da Faenza, esattamente a Fognano.

“Siamo missionarie e vogliamo bene agli africani: ora che arrivano qui da noi che facciamo?” ci siamo dette: Beh, li ospitiamo!».

Nel 2020 AMI aderisce ai corridoi umanitari di Caritas e Sant’Egidio: «a quel punto il cerchio si è chiuso.

Chi è arrivato da noi a Faenza? Gli eritrei! Qualcuno di loro si ricorda persino di quando veniva nel nostro ospedale a prendere viveri e vestiti».

La Provvidenza, dice Isabella, fa dei giri enormi e poi torna spesso dove qualcosa si era interrotto a terminare il lavoro.

Ad ottobre prossimo arriverà invece nella casa di accoglienza di Fognano un gruppo con mamme e bimbi dal Sud Sudan.

«Queste famiglie hanno vivacizzato il paese – commenta la missionaria – l’asilo si era quasi svuotato, oggi su nove bambini iscritti quattro sono i nostri!».

Un altro snodo importante è stato per loro quello dell’alluvione del 2023 a Faenza:

«il 16 maggio ha colpito anche noi e lì ci siamo rese conto di quanto la missione non sia solo dare ma anche saper ricevere.

Nel momento del bisogno gli altri ci sono eccome: noi missionari siamo in primis persone bisognose. Ho imparato che la missione non si fa mai da soli ma un po’ con tutti».