Il Myanmar, i militari e la resistenza della gente

La Chiesa accanto a chi combatte per la libertà.

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Un Paese nella morsa dei militari. Così il Myanmar è tornato ad essere ostaggio della violenza, mentre continua ad essere dilaniato dai conflitti etnici e dagli interessi che dall’esterno, compromettono la sua indipendenza e il suo futuro.

Come Davide contro Golia, il neonato Governo di unità birmano (Nug) si oppone alla giunta militare che ha preso il potere con il golpe del primo febbraio scorso a Naypyidaw. Il governo ombra è stato creato fuori dai confini del Myanmar dai parlamentari (eletti nelle consultazioni dell’8 novembre2020 e defenestrati dai militari il giorno prima dell’insediamento ufficiale in parlamento) che hanno dato vita al Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw (Crph).

L’annuncio è arrivato il 16 aprile scorso attraverso i social network dai membri del partito della leader Aung San Suu Kyi, la Lega Nazionale per la democrazia (Lnd) e ha avuto subito eco internazionale. A Roma il 24 aprile scorso una manifestazione di sensibilizzazione ha messo in luce la delicata situazione interna, le violenze nel Nord del Paese, nello Stato di Kachin tra l’esercito regolare e i ribelli del Kachin Indipendence Army (Kia) e l’abbandono del Paese di oltre 30mila persone rifugiatesi in Thailandia e in India dopo il golpe.

L’annuncio del nuovo esecutivo, presieduto dal deposto presidente Win Myin (ora agli arresti), è arrivato a ridosso del viaggio ufficiale (il primo) del generale Min Aung Hlajng in Indonesia per l’incontro a Giakarta dell’organizzazione regionale Association of South-East Asian Nations (Asean).

Piazze non violente

Mentre la giunta militare cerca conferme all’estero, il Myanmar piange le oltre mille vittime – tra cui anche bambini – uccise nelle manifestazioni di piazza che durante questi mesi hanno attraversato l’ex Birmania. Proprio in alcune di queste occasioni è capitato di percepire i segnali di non-allineamento di alcuni militari nei confronti degli ordini di reprimere con la forza le richieste democratiche e non violente dei manifestanti: in realtà cresce il numero delle defezioni dall’esercito nonostante il rigido controllo a cui

sono sottoposti i soldati. Lo si è visto anche negli scontri a Myityina lo scorso 28 febbraio dove sono morte due persone, quando suor Ann Rose Nu Tawng si è inginocchiata in mezzo alla strada davanti ai poliziotti in assetto di guerra e ha gridato «Uccidete me, non sparate» e alcuni soldati hanno abbassato le armi e si sono messi a pregare.

Suora coraggiosa

L’immagine di Ann Rose della congregazione di San Francesco Saverio che conta 454 suore, ha fatto il giro del mondo ed è diventata il simbolo delle proteste popolari, caratterizzate dalla non violenza e dalle mani con tre dita sollevate al cielo, simbolo di resistenza e solidarietà. Giovani di ogni etnia e religione, esponenti del clero buddista, lavoratori – medici e operatori della comunicazione in prima linea – si sono mobilitati coraggiosamente, dando vita a manifestazioni di disobbedienza civile assolutamente pacifiche a Yangoon, Mandalay, Naypyidaw. In migliaia hanno sfidato il coprifuoco imposto dalla legge marziale, per riunirsi nelle piazze alzando foto di Aung San Suu Kyi, la “madre del popolo”.

Per tutta risposta è saltata la rete internet che aveva permesso ai social di fare da tam tam tra quanti volevano contestare il putsh dei militari. D’altra parte dopo 70 anni di isolamento dal resto del mondo e di generali al potere, il Myanmar o ex Birmania che dir si voglia, non è purtroppo impreparata di fronte a questo genere di eventi traumatici.

La lady in ostaggio

Anche lei figlia di un generale (l’eroe nazionale Aung San che portò il Paese all’indipendenza), Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari, rischia sei anni di carcere con l’accusa di «importazione e utilizzo illegale di apparecchiature di trasmissione e ricezione radio», per aver «importato illegalmente dei walkie talkie», e di violazione della «legge sulla gestione delle catastrofi naturali» per avere incontrato un gruppo di persone durante l’epidemia. I capi d’accusa sono ovviamente pretestuosi, ma più che sufficienti a mettere sotto impeachment la leader della Lega Nazionale per la democrazia, 75 anni, premio Nobel per la pace nel 1991, esposta a “perdere la faccia” rinnegando come esponente politica del Myanmar il genocidio dei Rohingya difronte alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja il 10 dicembre 2019. per guarire. Non intraprendiamo la strada dell’autodistruzione».

(L’articolo completo è stato pubblicato sul numero di giugno di Popoli e Missione)