Gerarchie che uccidono e necessaria fraternità della Chiesa missionaria

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I missionari non sono coloro che risultano migliori degli altri o che hanno doti speciali, né tantomeno coloro che salvano.

Sono quelli che accettano il limite, trasformandolo e sapendo stare completamente nella dimensione della fraternità.

“Ogni vocazione è un atto di misericordia di Dio”.

A dirlo, nel corso delle Giornate di Spiritualità missionaria di Assisi (“cuori riconciliati desiderosi di comunione”) sono i molti relatori che con parole diverse ma con lo stesso intento, arrivano alla conclusione che lo Spirito santo precede sempre l’opera della Chiesa ed è presente molto prima che arrivi la missione.

“Quando sono arrivato in Turchia, dopo essere stato missionario in Burkina Faso, avevo la mia idea di come dovesse essere la missione e facevo grande fatica”, ha raccontato ieri il fidei donum don Ugo De Rosa.

“Sono andato incontro alla mortificazione dell’efficienza e dell’efficientismo.

In Turchia la Chiesa non è riconosciuta, è necessariamente una Chiesa di presenza”.

Don Ugo ha raccontato che a salvarlo, in quel contesto di Smirne, in cui sentiva tutta la sua inutilità come sacerdote missionario, è stata “l’adorazione del Santissimo”.

“Ho imparato a vedere e ad ascoltare”.

A rimanere in ascolto senza fare.

La sua opera, che fino a quel momento si era limitata ad una “pastorale della soglia”, poichè aveva pochi fedeli in chiesa, si trasforma quando lo Spirito arriva a suggerirgli l’inimmaginabile.

Lo sguardo cambia e l’ego crolla. Don Ugo accetta la propria “inutilità”. Successivamente l’idea ispirata.

“Ho creato un coro.

Ho chiamato un maestro di coro, un musulmano che cantava in latino, e lui mi ha aiutato: abbiamo messo su un gruppo corale di 30 giovani che frequentavano l’università e amavano la musica”.

Tutte le categorie precedenti crollano e grazie a quel coro di fedeli musulmani, inizia per lui la vera missione.

L’esperienza di don Ugo non è la sola: diversi relatori e testimoni raccontano l’importanza dello sguardo capovolto.

Nella sua lectio di stamani, il biblista Luca Moscatelli ha fatto un passo ulteriore partendo dal Vangelo di Matteo 16,13: “ma voi, chi credete che io sia?”, è la domanda di Gesù.

“A Gesù preme che i suoi escano allo scoperto – dice Moscatelli – e Pietro deve accettare il servizio, non il potere”.

Perché la fraternità richiede l’uguaglianza.

Abbandonare l’ego è la risposta.

“La gerarchia uccide”, ricorda il biblista. Nell’impero romano era incomprensibile l’uguaglianza e anche oggi spesso non è concepibile.

E infatti “Gesù viene condannato a morte dall’elite del tempo.

Le sue predicazioni sono una cosa seria e gli procurano l’essere messo a tacere”, conclude Moscatelli.

La teologa Lucia Vantini oggi ha ribadito il concetto durante la sua lectio, spingendosi anche oltre nell’affermare che il cristiano non ha il primato su nulla, tantomeno sullo Spirito.

“Io ho cercato di dire, ma potreste non essere d’accordo, che l’attrazione di Gesù dalla croce può avvenire in una lingua o in in una religione che non è la mia.

E io non devo convertire quella lingua e quella religione ma solo diventare tramite di una forza che agisce.

“La fraternità è evocativa di relazioni di eguaglianza eppure delimita anche uno spazio riservato: l’esclusione di coloro che non sono considerati fratelli.

Ma ‘noi e solo noi’ non è fraternità cristiana! L’asimmetria delle relazioni non è cristiana.

Lo Spirito santo agisce anche al di fuori dei confini della Chiesa”.

Questo ha ribadito nel pomeriggio la teologa Sandra Mazzolini.