Cabo Delgado: centinaia i rapimenti di civili, la guerra prosegue

"Le multinazionali del gas, compresa Eni, se ne devono andare": è la richiesta di attivisti e missionari.

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A Cabo Delgado, provincia del Mozambico nella morsa della guerra e del terrorismo dal 2017, le cose non migliorano: la vita è sempre più un inferno. I rapimenti dei civili sono l’ultima frontiera jihadista, come racconta don Kwiriwi Fonseca, intervistato da ACS.

«Si può parlare di centinaia di persone rapite, se includiamo tutti i villaggi da cui sono state prelevate le vittime», dice don Kwiriwi.

I rapimenti hanno uno scopo: «i terroristi usano questi bambini e li addestrano con la forza a combattere nelle loro truppe, mentre le ragazze vengono violentate e costrette a diventare le loro “spose”».

Quello che accade a Cabo Delgado è uno “scandalo” tutto africano, originato però dalla presenza predatoria dell’Occidente che sfrutta i numerosi giacimenti di gas in mare. Le multinazionali (compresa la nostra Eni), nonostante il caos generato dalla violenza del terrorismo, restano sul territorio, sospendendo momentaneamente l’estrazione, e  non hanno intenzione di chiudere i battenti, eccetto qualche eccezione.

Da Total ad Eni gli europei succhiano gas e linfa vitale in una terra che è ormai diventata una preda.

I missionari comboniani e gli attivisti di Re-Common stanno chiedendo a queste aziende di andarsene e di lasciare «libero il campo ad un’azione di ripristino dell’ordine e della pace».

«Il Mozambico rappresenta un triste caso di scuola della cosiddetta “maledizione delle risorse” – ci spiega al telefono Alessandro Runci, ricercatore ed attivista di Re-common, che lotta a livello internazionale contro gli abusi di potere e il saccheggio dei territori -. C’è un legame stretto che tiene assieme diversi mali sociali: la corruzione, il malcontento diffuso, le diseguaglianze, il neo-colonialismo e infine, il conflitto».

Era ricca di pesce e di turismo Cabo Delgado, prima che le piattaforme petrolifere monopolizzassero la bella costa. Conducendola verso una inevitabile deriva sfociata in guerriglia.

A rimetterci, in primis, è un popolo di ex pescatori e di agricoltori, che a Pemba e a Palma ha sempre vissuto in relativa tranquillità. Adesso devastazione e sfollati sono tutto ciò che resta

L’industria estrattiva ha «esasperato la marginalità della gente», afferma anche padre Massimo Robol, comboniano, e ha favorito la penetrazione di bande armate predatorie.

«Le riserve di gas a Cabo Delgado sono state già tutte contrattualizzate per l’esportazione. Quindi la gente non beneficerà affatto dell’accesso all’energia», dice.

Inoltre le comunità che si basavano su pesca e agricoltura sono «state costrette ad abbandonare la loro terra – spiega Runci – I terreni dati in compensazione erano già abitati o erano improduttivi. Lo spazio per loro si è ristretto. La pesca bandita laddove sono sorte le piattaforme in mare: le famiglie sono state costrette a rimanere, sapendo che non avrebbero più vissuto».

 Questa grande operazione industriale, avallata dal governo del Mozambico già indebitato, che ha messo «in dote i proventi futuri della vendita del gas», è tra le cause della guerriglia.

Forse non è «sufficiente a dire che il conflitto è causato direttamente dall’industria del gas – precisa Runci – ma sicuramente è uno dei fattori che ne hanno favorito l’escalation».

Di certo però, liquidare la guerra di Cabo Delgado come guerra della jihad islamica e dunque bollarla come guerra di religione, è un errore e un alibi. Quello che l’Occidente si sta dando oramai dal 2017.

«Non si può negare che il gruppo armato di insorti pratichi terrorismo -dice Runci – e ha ufficializzato la propria affiliazione all’Isis, ma questo ha fatto sì che, nel giro di poche settimane, tutta la questione del conflitto in Mozambico venisse raccontata come una “guerra religiosa”, come una questione di jihad. Ma è una semplificazione inaccettabile».

Il governo mozambicano è completamente dentro la narrazione jihadista. Anche l’Italia, tramite l’Eni, aderisce alla narrazione della guerra jihadista. Ma la verità è che «il Mozambico è stato colonizzato», spiega ancora padre Massimo.

  «Le cause di questa guerra hanno varie componenti: sociale, ideologica, economica, legata alle materie prime – spiega padre Massimo Robol –. C’è stata la rivolta di alcuni elementi della popolazione giovane a causa della situazione di povertà e marginalizzazione in cui si trovava; è la rivolta contro gli abusi di potere e la corruzione.

Cabo Delgado è ricca di materie prime ma è tra le più povere rispetto allo sviluppo umano». L’industria del gas, non solo non ha favorito mai né l’occupazione né lo sviluppo umano, ma ha tolto alle comunità senza dare in cambio che le briciole.

Eni stessa parla dei progetti che avrebbe messo in campo per i locali e dei posti di lavoro creati per i mozambicani: si tratta però con tutta evidenza di compensazione ridicole.

A fronte di migliaia di pescatori che non potranno più pescare nelle acque profonde dell’Oceano, i posti di lavoro generati da Eni sono appena 50.

La multinazionale in un botta e risposta con gli azionisti, tra i quali la Fondazione Finanza Etica, per conto di Greenpeace Italy, Re:Common e Legambiente, fornisce risposte eclatanti.

Il contesto è l’Assemblea ordinaria dell’Eni del 13 maggio 2020: «Eni può spiegare perché questi particolari progetti porteranno benefici alla popolazione, quando non è mai accaduto prima?» chiede l’azionista di Banca Etica.

Risposta: «Secondo la Petroleum Law del 2014, il 2,75% delle entrate del governo generate dai progetti petrolio e gas, deve essere speso o investito a beneficio delle comunità».

E in cosa consistono questi progetti di sviluppo? Eni risponde: «in programmi di accesso all’energia: il progetto Clean Cooking ad esempio prevede la produzione locale e distribuzione di 10mila stufe migliorate a Pemba e la creazione di opportunità di lavoro per 50 locali».

La multinazionale prosegue: «nel campo dell’istruzione: interventi infrastrutturali con la costruzione di due scuole elementari e la formazione di insegnanti e attività extra curriculari a favore di cinquemila studenti».

Peccato, commenta Runci che «i bambini non potranno più andare a scuola perché i villaggi sono distrutti e la guerra ha generato migliaia di sfollati interni».

Sul piano della salute è previsto «il rafforzamento dei servizi di pronto soccorso e materno della provincia di Cabo Delgado, attraverso la fornitura di attrezzature, il potenziamento delle capacità e assistenza tecnica, un impianto di produzione di ossigeno, la costruzione di un nuovo blocco operativo per le donne incinte a Palma».

Ma Palma oggi è sotto attacco dei miliziani armati e la presenza delle multinazionali in loco non è riuscita a garantire neanche la protezione delle persone con guardie private: i contractor privati sono stati assunti dalle multinazionali per proteggere gli impiegati e gli operai in azienda.

Per la società civile non c’è stato esercito o polizia che abbia saputo evitarne la morte. Oggi Cabo Delgado è solo desolazione e distruzione. E la maledizione delle risorse prosegue.

(Una versione di questo articolo è stata pubblicata sul numero di giugno di Popoli e Missione).