Israele colpisce sempre più duro sui civili inermi di Gaza e continua a bombardare laddove non dovrebbe mai (per legge e per principio), ne’ in tempo di guerra né tanto meno in quello del ‘cessate il fuoco’.
Ossia si accanisce sui campi profughi e sugli ospedali; sui cortei funebri e le tende per sfollati.
Ogni residuo tabù è stato violato dell’esercito israeliano, soprattutto in questi mesi di finta tregua: l’ultima linea rossa erano i funerali; e anche questa è stata superata due giorni fa.
Stanotte e stamani, invece, Israele ha colpito senza pietà nel campo profughi di Jabalia, e più precisamente sull’ospedale al-Yaman al-Saeed, che sorge nel refugee camp.
Almeno quattro persone sono state ammazzate e decine di bambini sono rimasti feriti.
Le foto dei piccoli palestinesi colpiti dalle schegge delle bombe, dagli occhi terrorizzati, e senza più lacrime, feriti e con le teste bendate, portati in emergenza in un altro ospedale, sono state pubblicate dall’agenzia turca Anadolou e riprese in un servizio della Reuters.
Le notizie (che arrivano tramite video girati da testimoni oculari e giornalisti di Gaza) mostrano che tra i primi obiettivi di Israele ci sono proprio le famiglie palestinesi.
Che vengono sterminate nel sonno, di notte, nelle tende o nelle case, senza pietà e con la deliberata volontà di eliminarle.
Una famiglia ha perso la vita poche ore prima della bomba sul campo profughi.
Amira, Salma, Ferial e Naem, tra i 6 e i 13 anni, tre sorelle e un fratellino, sono stati trucidati stanotte, assieme ai loro genitori, in una casa che ha preso fuoco nel quartiere ovest di al-Sabra.
A riportare la notizia sono diversi media internazionali tra i quali la BBC.
I target di Israele sono singole persone, spesso bambini, che vengono presi di mira dai droni.
“Fonti mediche hanno detto all’agenzia Wafa che un palestinese è rimasto ucciso in un altro attacco aereo che si è abbattuto su una bici elettrica, sul lato opposto dell’area di al-Zawaida, a Gaza”, scrive BBC.
Priests Against Genocide (Preti contro il genocidio) network internazionale di oltre 2mila e 400 sacerdoti cattolici in 62 Paesi, inclusi due cardinali e 25 vescovi — ha inviato ieri una lettera aperta al governo irlandese per chiedergli di “adoperarsi con tutto il potere che ha nella nuova presidenza di turno dell’Unione Europea, per spingere affinché termini il conflitto a Gaza”.
Le proteste dal basso per mettere fine al genocidio dei palestinesi si ripetono in tutte le principali città europee: presidi, sit in e cortei chiedono la liberazione dei prigionieri palestinesi, la scarcerazione del pediatra di Gaza, Abu Safiya rinchiuso in un carcere israeliano di massima sicurezza e soprattutto la fine delle stragi di civili a Gaza.
Ma la diplomazia non ascolta la società civile e un corto circuito si è creato tra la volontà popolare e quella dei governi.
Sono1.160 le persone uccise a Gaza dal cessate il fuoco ad oggi, tra di essi un bambino al giorno, da ottobre di quest’anno fino al 20 luglio.
Il livello di atrocità impunite si alza e aumenta di intensità mentre naufraga il progetto americano del Board of Peace, per la ricostruzione.
“È importante per noi non renderci complici di questa mattanza e fare tesoro delle indicazioni di Papa Leone XIV”, suggerisce fra Ettore Marangi, missionario nello slum di Nairobi Deep Sea.
Ossia, dice il frate, “il Papa nella Magnifica Humanitas ci chiede di superare il presunto realismo politico e di acquisire totalmente lo sguardo delle vittime”.
Solo schierandoci completamente e senza riserve con le vittime (in questo caso i palestinesi) potremo sperare di non diventare complici del carnefice.
“Lo sguardo dei palestinesi è l’unico che possiamo, che dobbiamo assumere su di noi”, dice Marangi.
Altrimenti siamo dalla parte di chi li elimina.

