India, morire di Covid negli slum

Sono oltre sei milioni gli infettatati dal virus in tutto il sub-continente indiano. Numeri preoccupanti a fronte della povertà che non aiuta.

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Era il 30 gennaio scorso quando è stato segnalato il primo caso ufficiale di Covid-19 in India: uno studente rientrato nello Stato del Kerala, di ritorno dalla Cina, proprio da Wuhan dove frequentava l’università. Ai primi di settembre (mentre il numero va in stampa), secondo le stime del Ministero della salute e della protezione della famiglia, il totale dei contagiati è ad oggi di oltre sette milioni e mezzo e 114mila morti. Con oltre sei milioni e mezzo di ricoverati il gigante del sub-continente indiano è uno dei Paesi al mondo più colpiti dalla pandemia, che si è allargata con il consueto effetto domino da Nord a Sud in tutti gli Stati, in particolare in quello di Haryana, nel Karnataka, nel Maharashtra, nel Gujarat e dell’Uttar Pradesh.

Attraversando i confini per mare e via terra, i primi focolai si sono manifestati all’inizio dello scorso marzo e dal 22 sono scattate le misure restrittive di contenimento per 82 distretti in 22 dei 29 Stati che compongono l’India.

Con conseguenze facilmente immaginabili per il miliardo e 380mila abitanti confinati in casa, inizialmente per tre settimane, su ordine del primo ministro Narendra Modi che ha gelato il Paese confermando la gravità della situazione: «Dalla mezzanotte di stasera il Paese entrerà in isolamento. Per salvare l’India, per salvare ogni cittadino, voi e le vostre famiglie».

Arrivati a metà aprile i contagi da Coronavirus sembravano rallentare con un numero di nuovi casi raddoppiati ogni sei giorni (mentre nel picco dell’epidemia si era arrivati al raddoppio ogni tre giorni).

Appena allentate le restrizioni contenitive e con la riapertura di alcune attività produttive per dare respiro ad una economia in ginocchio, la situazione si è nuovamente aggravata e grandi città come Mumbai (oltre 12 milioni di abitanti), Chennai, Bangalore e la capitale Delhi (16 milioni e mezzo) a luglio sono tornate a chiudersi in quarantena dopo una nuova impennata dei contagi.

Come in altre latitudini del mondo, le città si sono dimostrate crocevia di contagi soprattutto nelle sterminate periferie dove povertà, promiscuità e ignoranza di norme sanitarie si sono dimostrate i più potenti vettori del Covid-19.

All’inizio di agosto scorso a Delhi, un abitante su quattro è stato esposto all’infezione, come hanno rivelato il test sugli anticorpi effettuati su campioni rappresentativi della popolazione. Nella capitale come in altre megalopoli indiane la situazione degli ospedali pubblici si è rivelata disastrosa (impossibile fare fronte in tempi rapidi alla mancanza di 150mila posti letto) malgrado la riforma sanitaria voluta dal primo ministro Modi nel 2018.

Con i malati moribondi fuori dai nosocomi per mancanza di posti in terapia intensiva, il governo ha cercato di fare fronte in ogni modo all’emergenza, requisendo carrozze di treni e hotel a cinque stelle con il personale di servizio addestrato a fornire i primi soccorsi ai malati.

La situazione più difficile si è registrata a Mumbai, dove l’arcidiocesi si è impegnata attraverso parrocchie e comunità cattoliche a fornire aiuto capillare ai poveri della città, i più esposti alle conseguenze economiche e sanitarie dell’epidemia.

Tra le iniziative più dinamiche l’Agenzia Fides racconta le attività del programma Manna on Weels (Manna su ruote) che vede impegnati molti volontari della parrocchia di San Pietro nel quartiere periferico di Bandra West che raggiungono in macchina anche i ripari dei più bisognosi di aiuti, per consegnare 1.850 pasti al giorno.

Molti vivono in strada, tra loro tanti bambini che a causa del Covid-19 si ritrovano da soli, ancora più soli nell’emergenza. L’iniziativa Manna on Weels «è nata per dare una testimonianza di carità. E quando abbiamo lanciato una richiesta di fondi, non immaginavamo che sarebbe arrivato tanto denaro. Credo che questa attività sia stata ispirata da Dio. Il progetto è una testimonianza del lavoro di squadra e del servizio, portato avanti con amore e misericordia, sull’esempio di Cristo» ha detto a Fides il volontario Richard Pereira.

Molte associazioni laicali di Mumbai sono mobilitate da mesi sul fronte del contrasto all’epidemia per testimoniare il Vangelo in un contesto in cui i cristiani sono solo una piccola (ma presente e attiva) minoranza (solo l’1,5% della popolazione).

Mumbai, la megalopoli delle grandi contraddizioni, mostra tutti i volti della sua fragilità: dai poveri nelle strade fino alle dimore dorate dei divi di Bollywood, dove il virus ha contagiato la famiglia dell’attrice più famosa del Paese, Aishwarya Rai, suo marito, il suocero, grande produttore dell’industria cinematografica Amitabh Bachchnan, e la figlia Aaradhya di otto anni.

Sempre a Mumbai, nello slum di Dharavi, il più grande e popoloso dell’Asia, parlare di distanziamento sociale è praticamente impossibile. Negli ultimi gironi della povertà un milione e 200mila persone vivono ammassate in piccole case costruite con materiali di scarto, senza rete idrica né servizi igienico-sanitari, su un’area di oltre due chilometri quadrati. In mezzo a cumuli di spazzatura, con topi e insetti ovunque (c’è anche chi ha detto che se si sopravvive in queste condizioni si può resistere anche al Covid-19), tra i vicoli stretti dove in ogni ora del giorno giocano bambini, è stato girato nel 2008 il film pluripremiato “The Millionaire”.

La situazione di Dharavi (“il villaggio dei veri indiani”, ndr) ha creato fin dai primi contagi una grande attenzione sulle misure da mettere in atto per evitare che si trasformasse in un immenso lazzaretto. Subito le autorità dello Stato di Maharashtra dove si trova Mumbai hanno organizzato delle équipe per i controlli a tappeto, con visite mediche a 700mila persone e controlli sanitari in 50mila baracche. Sono stati effettuati 360mila tamponi e create alcune cliniche in tempi rapidi per curare i primi ammalati di Covid e la tempestività delle cure mediche ha permesso al 51% delle persone risultate positive di guarire.

Un risultato insperato che ha dimostrato quali sono le strategie di contenimento dei contagi e quanto il fattore tempo sia importante, oltre alle terapie adottate, a battere il Coronavirus.