Cop26, quell’accordo al ribasso che fa male soprattutto all’Africa

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La Cop26 si conclude con un accordo al ribasso (secondo alcuni osservatori è stato in realtà un completo flop) e con una certa dose di sconforto e delusione. Molto evidenti tra gli ambientalisti, più celati tra i negoziatori  di Glasgow.

Gli attivisti come Greta e i giovani dei Fridays for future non hanno mai creduto nelle promesse dei ‘grandi’, nè tanto meno in quell’accordo dell’ultimo minuto tra Usa e Cina che avrebbe dovuto salvare le sorti del pianeta.

Sta di fatto che con l’aggiunta di due o tre paroline insidiose (ossia phase down anzichè phase out e unabeted, accanto a coal) si modifica di molto il senso dell’accordo. E si snatura l’impegno degli Stati sulle emissioni future di Co2.

Non si andrà verso l’eliminazione graduale del carbone (come avrebbe voluto il termine phase out), ma piuttosto verso la sua graduale diminuzione. 

Tra i più colpiti dall’accordo al ribasso c’è, neanche a dirlo, l’Africa. Che già affoga nelle alluvioni e si consuma nella siccità. Interi villaggi scompaiono quando il Nilo esonda.

Il continente che inquina meno al mondo e che non ha sviluppo industriale, sta pagando più di tutti il prezzo mortale di un rapido climate change

Il paradosso della “variabile africana” sul clima (risentirne al massimo, inquinare pochissimo) è stato, se non al centro in posizione preminente nel dibattito mediatico internazionale, durante i lavori di Cop26. E dovrebbe iniziare ad esserlo anche qui da noi.

Giusto per avere un’idea: «il consumo di energia pro capite nel continente (escluso il Nord Africa) è circa il 5% di quello delle economie sviluppate», scrive The Conversation.

«Un africano medio consuma meno elettricità in un anno di quella consumata in un anno da un singolo frigorifero presente in una qualsiasi casa negli Stati Uniti o in Europa», dice il sito di My Joy.  Ancora una volta l’Africa appare come la terra delle grandi ingiustizie e contraddizioni.

In parte, dicono gli scienziati, perché le foreste tropicali africane aggredite potrebbero assorbire moltissima CO2 (sebbene prodotta non da fonti industriali), ma soggette a monocoltura restituiscono alla terra gli effetti nefasti dei fenomeni atmosferici come El Nino.

È anche vero che il cambiamento climatico unito ad una rapida urbanizzazione, in Africa come in Asia, causa una miscela esplosiva e tossica difficilmente gestibile.

Alcuni ricercatori dell’Università di Oslo hanno anche ipotizzato altre ragioni collegate al continent Devide: «i fattori di stress si rinforzano l’un l’altro in Africa rendendo quelle società più vulnerabili e l’impatto del cambiamento climatico particolarmente severo».

Ossia: povertà, migrazioni, guerriglie, coltivazioni intensive, land grabbing, deforestazione.

Nonostante i fondi messi a disposizione o promessi alla Cop26 (si è parlato di uno stanziamento di 100 miliardi di dollari l’anno da parte dei ricchi ma scenderanno ad 80), il continente può fare pochissimo per arginare gli effetti mortali dello sconvolgimento climatico in patria.

È praticamente impotente perché non è del tutto causa del suo male (almeno non in modo diretto). E perché per mitigare gli effetti del clima dovrebbe prima pensare ad arginare la povertà: un gatto che si morde la coda.